Le preoccupazioni del mondo dell’imprenditoria per la situazione attuale e futura stanno spingendo, nonostante il 4 maggio sia iniziata la fase 2 accompagnata da diffuse riaperture aziendali, nella direzione di allargare quanto più possibile la ripresa delle attività economiche.

Dal punto di vista del mondo imprenditoriale, queste preoccupazioni nascono principalmente dal fatto che, fino ad ora, non si sono visti aiuti sostanziali per l’impresa. Sono passati oltre due mesi, infatti, dai primissimi provvedimenti di chiusura di attività commerciali (24 febbraio) e ad oggi possiamo elencare un decreto governativo (liquidità) per il ricorso al debito garantito dallo Stato e due milioni di euro da parte della provincia di Trento per il pagamento di interessi, sempre per il medesimo contesto di ricorso al debito. C’è molta speranza nei prossimi provvedimenti economici, nazionali e locali  (in tal senso il nostro partito ha offerto la propria disponibilità a collaborare a livello provinciale) ma, nel frattempo, si registra il ragionamento degli imprenditori: è mancato l’intervento dello Stato nella fase genetica della crisi, quindi, per salvare il tessuto produttivo è necessario riaprire. In caso contrario le riaperture saranno più difficili e incerte e, inoltre, con maggiori danni per l’economia e per lo Stato stesso il quale, a causa del minor gettito fiscale, vedrà crescere il proprio debito pubblico con tutte le conseguenze negative in materia di spesa pubblica.

Tralasciando l’elenco delle conseguenze di nuovi debiti a carico delle aziende, la posizione della classe imprenditoriale si è esasperata nei giorni scorsi per le forti difficoltà nell’accesso allo stesso credito, nonostante le rassicurazioni governative.

Sull’altro fronte, troviamo il ragionamento di coloro i quali, temendo di perdere il controllo sull’epidemia, esprimono maggiore cautela nei confronti delle riaperture. Con ciò viene espressa la condivisibile preoccupazione indirizzata alla salute pubblica. Tuttavia, alla base di questa posizione ci sono valutazioni che possono essere trasferite sul piano economico e che, pertanto, non possono essere sottovalutate proprio dagli stessi imprenditori, ossia: se non teniamo sotto stretto controllo il contagio le conseguenze per l’economia saranno devastanti e peggiori di quelle attuali: pensiamo solo ad una ripresa dei contagli e a un nuovo lockdown in autunno.

Come si può constatare, gli scenari economici evocati dai due fronti sono gli stessi e quindi possiamo affermare che la contrapposizione è meno dura di quanto appare. La soluzione del problema sanitario e di quello economico possono essere considerate le due facce di una stessa medaglia. Pertanto, si tratta di trovare la strada che porti, contemporaneamente, al minor danno possibile su entrambi i versanti.

Un contributo interessante ed autorevole è arrivato nei giorni scorsi dalla dottoressa Giulia Giordano del dipartimento di ingegneria dell’Università di Trento, prima autrice dello studio condotto in collaborazione con altri istituti e università italiane: esclusa l’ipotesi della riapertura totale ed indiscriminata per le ovvie e pesanti negatività sul piano sanitario ed economico, rimangono due strade.

La prima strada suggerisce una riapertura graduale che manterrebbe comunque la circolazione del virus fino a fine anno e con un numero di vittime in aumento fino a 30.000-35.000. Un’ipotesi che  imporrebbe di conservare fino a fine anno le limitazioni alle attività commerciali.

Con la seconda è stato considerato un lockdown forte che andrebbe a risolvere l’epidemia nel giro di un mese, massimo due. Dobbiamo dire che questa ipotesi è condivisa da non pochi imprenditori consapevoli che la riapertura con limitazioni comporterà comunque forti contrazioni del fatturato anche a causa del fatto che le loro limitazioni andranno a sommarsi a quelle dei loro clienti, siano essi privati a causa di una drastica contrazione del reddito oppure altre aziende colpite a loro volta da una forte diminuzione di ordinativi; una situazione che in diversi casi comporterebbe costi maggiori dei ricavi, tanto da suggerire loro di rimanere chiusi comunque.

Nessuno può definirsi esperto della situazione che stiamo vivendo, inedita e dalle conseguenze impreviste; una ragione in più per ricorrere all’arma migliore: il buon senso che porta ad giusto equilibrio delle cose. Le aziende non possono più sopportare la situazione e questo impone l’urgenza di provvedimenti seri di supporto effettivo; collateralmente venga accompagnata, altrettanto seriamente, una riapertura graduale e controllata in base all’andamento dell’epidemia.  

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