Ammonta a 57 miliardi di euro il costo della burocrazia a carico delle imprese italiane, secondo i calcoli del centro studi della Cgia di Mestre il quale, spalmando il dato sulle realtà provinciali secondo il Pil, assegna alla provincia di Trento una quota parte di 663 milioni. Dati questi che fanno impallidire e preoccupare: pensiamo se solo una metà di questi soldi potesse essere risparmiata dalle imprese e investite per far crescere l’azienda: non è difficile intuire che i vantaggi per la casse pubbliche sarebbero di gran lunga superiori e che questa sia, in buona parte, una tassa occulta. Si tratta, comunque, di un depauperamento di risorse finanziarie e di tempo prezioso tale da limitare fortemente la nascita di nuove aziende, lo sviluppo di quelle esistenti e, di conseguenza, le nuove assunzioni di personale. La burocrazia tocca, corrispondentemente, anche le pubbliche amministrazioni che si trovano a gestire le pratiche delle imprese e dei cittadini, nonché la loro stessa attività con notevoli difficoltà e molti rischi. Tocca il singolo cittadino, spesso costretto a spendere denaro e vagare incerto tra i corridoi dei molti enti per una pratica che in altri Paesi si porta a termine nel giro di pochi minuti. Pertanto anche dal punto di vista del cittadino e delle pubbliche amministrazioni la burocrazia rappresenta un depauperamento di risorse che potrebbero essere altrimenti impiegate in attività costruttive. Lo stessa crisi sanitaria legata al Covid-19 che stiamo attraversando ha avuto a che fare con la burocrazia, l’unica a non farsi trovare impreparata dal virus.  Tra i pilastri che sono alla base della burocrazia vi sono: 1) la sfiducia verso il cittadino e le imprese. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che questi siano costretti ad elaborare una serie infinita di documenti che, tra le altre cose,  devono essere confermati e certificati da terzi (ingegneri, tecnici e svariati consulenti). 2) Il principio che la pratica amministrativa deve essere fatta dal cittadino e dall’impresa per la pubblica amministrazione e non dalla pubblica amministrazione per il cittadino e per l’impresa, secondo una logica capovolta. 3) Il groviglio inestricabile di norme. Lo stesso centro studi della Cgia calcola che nel nostro Paese vi siano 164.000 norme, di cui 70.000 nazionali e il restante proveniente dalle amministrazioni locali; in Francia sono 7.000 mentre in Germania 5.500. 4) Naturale dedurre le molteplici difficoltà interpretative, le contraddizioni tra norme e, di conseguenza, i ritardi nelle risposte connesse anche alle incertezze riguardanti gli esiti delle procedure, quelle dell’amministratore e del funzionario pubblico nell’ assumersi responsabilità che hanno rilevanza penale, con la magistratura ordinaria e contabile sempre in agguato. 5) La giungla normativa è causa a sua volta dell’incessante proliferazione di norme, alla stregua di un mostro che si autoalimenta e diventa sempre più grande; infatti le difficoltà interpretative e i dubbi, rafforzati talvolta dalla presenza funzionari non sempre all’altezza, richiedono e richiederanno sempre nuove norme, disposizioni, leggi e regolamenti, e così via, all’infinito.  Si possono avanzare alcune soluzioni. Innanzitutto un’ auspicata rifondazione dell’impianto normativo in nome della chiarezza e della certezza del diritto. In secondo luogo la necessità di riportare la responsabilità degli atti pubblici ad un livello più alto, che preveda figure professionali adeguatamente preparate e corrispondentemente retribuite. In terzo luogo la depenalizzazione delle norme, salvo i casi più gravi, sciogliendo la magistratura ordinaria dagli impegni nell’ambito di una branca del diritto che è essenzialmente amministrativo e non penale.  Queste soluzioni, tuttavia, richiedono molto tempo e poco si addicono ad una fase emergenziale che stiamo affrontando. Ciò lascia il posto ad alcuni suggerimenti da mettere in pratica in un tempo ragionevole: l’istituzione, a livello locale, di uffici “tutor”, sul modello

dei Paesi scandinavi, che accompagnino l’utente nell’imbastire la pratica amministrativa, supportandolo sia sotto l’aspetto documentale sia con riguardo al collegamento con gli eventuali altri enti pubblici coinvolti, invertendo così il rapporto tra chi fa le pratiche e per chi. Inoltre: fissare tempi massimi di risposta da parte della pubblica amministrazione; massimo 60 giorni senza possibilità di proroga; eliminare commissioni e comitati (rispondono i dirigenti); definire per legge il concetto di danno erariale fissandone i relativi criteri (natura e calcolo). Tutto questo riportando il rapporto tra tutti gli attori coinvolti su basi di reciproca fiducia. La crisi sanitaria e le conseguenti crisi economica e sociale hanno colpito (e colpiranno) un’Italia che era già in crisi, proprio in questi stessi contesti. Il nostro è l’unico Paese tra i 27 dell’Unione Europea a non aver ancora colmato il gap di Pil pre-crisi 2008.Affrontare di petto il problema è questione non più prorogabile: non si può più far finta di niente di fronte a qualcosa che impedisce al Paese di crescere.  

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